I comuni e la riforma del settore commercio

A quasi quattro anni dall’approvazione della riforma del settore commercio introdotta dal cosiddetto decreto Bersani, soltanto la metà dei Comuni ha provveduto ad adempiere agli obblighi relativi. E’ questo il dato che spicca con maggiore evidenza da una ricerca realizzata dalla Confcommercio per fare il punto della situazione sullo stato di attuazione della normativa.

La ricerca evidenzia che, a livello nazionale, oltre il 51% dei comuni interessati ha predisposto piani di attuazione. Nel 12,5% delle amministrazioni il piano è in via di definizione, mentre il rimanente 35% non ha provveduto. I n ritardo soprattutto il Nord-Ovest (48%) ed il Sud (43%), ma nel primo caso “la mancanza di piani attuativi può essere messa in relazione con l’esistenza di normative regionali (come per il Piemonte) direttamente incidenti sugli strumenti urbanistici comunali”. Per il Meridione, invece, “l’alta percentuale può essere effettivamente sintomatica di una non attivazione delle amministrazioni comunali”.

In “pole position” il Nord-Est, dove quasi il 77% dei comuni ha predisposto piani attuativi.

Limiti allo sviluppo delle medie strutture – Esiste una certa propensione delle amministrazioni comunali alla regolamentazione di questa tipologia di vendita: il 45% dei comuni, infatti, prevede limiti quantitativi per le medie superfici, mentre poco meno del 28% lascia libertà di insediamento. In testa il Sud (57%), seguito dal Nord-est (47%), dal Centro (44%) e dal Nord-ovest (40%).

Interessante, comunque, il fatto che nel Mezzogiorno, quasi il 43% dei comuni non abbia fissato contingenti complessivi di superficie per lo sviluppo della media distribuzione.

Per quanto riguarda, invece, la presenza di valutazioni discrezionali del Comune per il rilascio di autorizzazioni per le medie strutture, l’indagine dimostra che solo il 34% circa dei comuni le ha applicate, percentuale molto simile alla necessità di possedere la conformità urbanistica ai fini del rilascio dell’autorizzazione comunale (35%).

Tra le autorizzazioni rilasciate per le medie strutture prevalgono nettamente, in tutte le aree territoriali, quelle relative alle nuove aperture, che a livello nazionale rappresentano quasi il 37% del complesso delle autorizzazioni per le medie superfici.

Quanto, infine, alla partecipazione delle organizzazioni del commercio ai procedimenti di rilascio delle autorizzazioni, in quasi il 70% dei Comuni non vi è stata alcuna disciplina di questo aspetto della riforma.

A proposito degli orari degli esercizi commerciali, dalla rilevazione emerge che il 50% dei Comuni ha mantenuto la mezza giornata di chiusura infrasettimanale obbligatoria, mentre nel 41% dei casi la chiusura infrasettimanale è rimessa alla libera scelta dell’operatore.

Altro punto della riforma su cui l’indagine si è soffermata è la facoltà lasciata ai Comuni di individuare otto domeniche o festività nel corso dell’anno in cui gli esercenti possono derogare all’obbligo di chiusura domenicale e festiva. Ebbene, in larga maggioranza (76,3%) sono state assunte decisioni in merito: si passa dal 60% dei comuni del Centro-sud al 92% del Nord-Ovest. In genere, le aperture domenicali o festive vengono fatte coincidere con feste o fiere locali o con festività nazionali. Altro dato da sottolineare è che il 52,5% dei Comuni monitorati dall’indagine è stato individuato come a prevalente economia turistica o come città d’arte ai fini della possibilità concessa agli esercenti di determinare liberamente gli orari di apertura e di chiusura e derogare all’obbligo di chiusura infrasettimanale, domenicale e festiva.

Sempre secondo ’indagine Confcommercio solo il 27,5% dei Comuni (soprattutto al Nord) ha sfruttato le facoltà offerte dai programmi di riqualificazione nei centri storici inserite nell’articolo 10 del decreto Bersani.

La possibilità concessa a Comuni, frazioni e altre aree con popolazione inferiore a 3.000 abitanti, nonché nelle zone montane e insulari, di svolgere congiuntamente in un solo esercizio, oltre all’attività commerciale, altri servizi di particolare interesse per la collettività sembra essere stata completamente ignorata. Le uniche risposte pervenute riguardano le città di Trento e Venezia.