Meno poveri, ma sempre più poveri rispetto ai ricchi

Lo scorso vertice FAO a Roma ha definito che il numero complessivo dei poveri nel mondo si è ridotto negli ultimi venti anni. Le persone che sopravvivono sotto la soglia di povertà, fissata convenzionalmente a livello internazionale, cioè con meno di un dollaro al giorno (a parità di potere di acquisto costante), sono diminuite da 1,4 miliardi nel 1980 a 1,2 miliardi nel 2000 (un quinto degli uomini e delle donne del pianeta), concentrate per il 44% nell’Asia del Sud e per il 24% nell’Africa sub-sahariana. Tuttavia, l’obiettivo di dimezzare entro il 2015 la quota dei poveri della terra dal 29% al 14,5% (posto dalla Banca mondiale dieci anni fa) al momento appare difficilmente raggiungibile.

Le ineguaglianze tra la parte più ricca del pianeta e quella più povera nel tempo si sono invece accresciute, allargando il divario in maniera netta: il 20% di popolazione più ricca del pianeta possiede l’86% dell’intera ricchezza mondiale (all’ultimo quintile, circa un miliardo di persone, va appena l’1%), e dal 1960 a oggi tale divario è raddoppiato.
I bambini malnutriti nei Paesi in via di sviluppo sono ancora, nel 2000, 150 milioni (il 27%). Di questi, 108 milioni (il 44%) vivono in Asia (dove il tasso di malnutrizione infantile è il più alto al mondo). Il 55% dei 12 milioni di decessi di bambini che si registrano ogni anno sono legati a problemi di malnutrizione.
Questi dati, elaborati dal Censis in occasione del vertice mondiale sull’alimentazione, non mancano di sensibilizzare l’opinione pubblica, anche nel nostro Paese.
Da una recente ricerca condotta dal Censis su un campione nazionale di 1.500 individui con più di 18 anni risulta che nel complesso il 92% degli italiani si dice ‘molto d’accordo’ (37,9%) o ‘d’accordo’ (54,2%) con l’affermazione secondo la quale le attuali differenze economiche tra Paesi ricchi e Paesi poveri sono troppo grandi (e tale giudizio sale al 96% tra i soggetti con titolo di studio più elevato, diploma o laurea).
E inoltre 6 italiani su 10 affermano che i cittadini dei Paesi ricchi dovrebbero pagare tasse supplementari per aiutare i Paesi poveri (‘molto d’accordo’: 11,9%; ‘d’accordo’: 47,8%). Tale opinione raggiunge il 70% tra le persone con oltre 64 anni.
Tuttavia l’Europa continua a spendere solo lo 0,33% del Pil per gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo (al vertice di Nizza l’Ue ha deciso di elevare tale quota allo 0,39% entro il 2006), mentre il Giappone lo 0,35% e gli Stati Uniti appena lo 0,10%. L’Onu sollecita da anni i Paesi industrializzati per un contributo minimo alla cooperazione dello 0,70% del Pil.
Quale sarà l’impatto della globalizzazione sullo stato di benessere dei Paesi poveri? Le analisi condotte dal Censis rivelano come la crescita economica legata a una maggiore relazionalità globale non comporta di per sé, automaticamente e inequivocabilmente, una riduzione della povertà, considerata nei suoi diversi profili, né un innalzamento delle condizioni sanitarie delle popolazioni. Il benessere dei Paesi in transizione dipenderà da una più equa distribuzione interna del reddito e dalle politiche pubbliche, in campi come l’istruzione, la sanità, le infrastrutture, e non solo dalla crescita del reddito pro capite che ci si aspetta come conseguenza della globalizzazione.