Le PMI milanesi e il mercato internazionale

“Il sistema fieristico italiano ha perso negli ultimi anni sempre più competitività nei confronti di quello tedesco. Le potenzialità di Milano sono però ancora tutte da sfruttare: il nuovo polo fieristico, se realizzato nei tempi previsti con tutte le infrastrutture di collegamento, può diventare leader europeo e costituire un’importante vetrina per le piccole imprese, che da sempre svolgono un ruolo primario nei processi di internazionalizzazione: ben l’80,4% delle piccole imprese milanesi, infatti, esporta con continuità, registrando mediamente oltre 2 milioni di euro di fatturato estero”. Così Danilo Broggi, presidente Apimilano (Apimilano, associazione delle piccole e medie imprese milanesi, associa circa 3.000 aziende con 70mila occupati), ha introdotto la presentazione dei risultati della ricerca “Cittadine del mondo. La vocazione all’export delle PMI milanesi”, realizzata dall’Ufficio Studi Apimilano, cui hanno partecipato 200 imprese, con oltre 5.000 dipendenti e con un fatturato medio di quasi 6 milioni di euro. Le aziende che esportano traggono dall’estero il 33,67% dei propri ricavi, e ben il 18,59% di queste ha una percentuale di fatturato estero superiore al 50%.

I mercati di sbocco e i canali di vendita
Il principale mercato di riferimento rimane l’Unione Europea (72,4% delle imprese), seguita dall’Europa extra Unione (48,7%). Il mercato asiatico sta diventando il nuovo polo di attrazione, tanto che il 33,2% aziende vi esporta regolarmente. Il 28,1% degli imprenditori esporta verso Stati Uniti e Canada. Gli imprenditori utilizzano soprattutto due modalità di contatto; importatori e distributori ufficiali (43,1% delle imprese) e gli agenti e i rappresentanti (40%). Meno utilizzati il contatto diretto (18,1%), i procacciatori occasionali (16,9%), e gli uffici commerciali in loco (13,1%). Il 6,3% ha unità produttive all’estero e il 4,4% ha costituito joint venture. Solo il 10,1% delle imprese sta prendendo in considerazione la delocalizzazione della produzione, e le aree più appetibili sono l’Est Europa (50%), l’UE (30%) e i paesi asiatici (25%).
I principali ostacoli allo sviluppo delle esportazioni
L’ostacolo principale è la concorrenza molto aggressiva (32,2%) proveniente soprattutto dai paesi asiatici, in primo luogo la Cina. A generare problemi sono poi la distribuzione commerciale (27,1%) e la logistica, la difficoltà a reperire informazioni dettagliate (19,1%), l’inadeguatezza delle strutture preposte al commercio internazionale (18,1%), e la difficoltà a reperire forme di finanziamento agevolato (16,1%). L’11,6% delle imprese ha invece riscontrato problemi legati agli standard e agli usi dei singoli Paesi.
Globalizzazione sì, ma più regolata
Per il 53,8% degli intervistati, il mercato internazionale necessita di una maggiore regolazione attraverso provvedimenti che rendano più sicuro l’investimento estero, più giusta la competizione, più uniformi le norme. Per il 50,5% di loro sarebbe importante procedere ad un’uniformazione amministrativa, il 35,5% pensa che sia necessario abbassare le barriere alle importazioni, accompagnando questa azione con un miglior controllo sugli standard qualitativi (34,6%).
I fattori di competitività
Per il 65,3% delle imprese, sarà necessario garantire prodotti di maggiore qualità. Per il 53,8% delle imprese, i costi rimangono però un fattore determinante. Fondamentale è, per il 34,7% delle aziende, la presenza stabile sui mercati di riferimento, che può garantire una maggiore fidelizzazione del cliente, al quale è necessario offrire anche servizi post vendita adeguati (23,1%), con personale altamente qualificato (21,6%). Necessari sono poi gli investimenti massicci in tecnologia (25,1%).
Il ruolo dei servizi all’internazionalizzazione
Il 43,75% delle imprese utilizza i servizi e le consulenze degli enti e delle istituzioni preposte. Il 49,3% si avvale della consulenza dell’ICE, il 39,1% della Camera di Commercio, il 18,8% alle Associazioni, il 7,2% si rivolge alle Ambasciate, il 2,9% alle Regioni. Le aziende che utilizzano servizi per l’internazionalizzazione hanno una più elevata percentuale di fatturato esportato rispetto a chi fa da sè, una media del 38,68% contro il 33,67%. Si tratta di imprese più grandi e strutturate (33,5 dipendenti contro 26,7), che partecipano molto più frequentemente a manifestazioni fieristiche sia nazionali che internazionali. Queste imprese hanno accesso ai mercati più lontani e difficili: le aziende che esportano nell’Europa extracomunitaria rappresentano il 62,9% (contro il 48,7%) e aumentano sensibilmente quelle che lavorano in Africa (45,7% vs 26,1%), in America (44,3% vs 28,1%), in Asia (45,7% vs 33,2%) e in Oceania (14,3% vs 9%).
Il ruolo delle manifestazioni fieristiche
Il 70% delle aziende italiane valuta la fiera come la più efficace forma di promozione. La metà delle esportazioni italiane passa, infatti, attraverso le rassegne fieristiche. I dati fanno però supporre una perdita di competitività del nostro sistema, principalmente a favore di quello tedesco. Solo il 38,2% del nostro campione partecipa a manifestazioni fieristiche presso Fiera Milano, mentre quasi la metà, il 47,7%, partecipa a fiere estere. Ben il 42% utilizza le strutture tedesche ed in particolare le fiere di Colonia, Hannover, Stoccarda e Dusseldorf, seguite dalle fiere Usa, utilizzate dal 10% delle imprese e dalle manifestazioni parigine, frequentate dal 9% del campione.
Le proposte
“La vivacità di queste piccole realtà aziendali, che contribuiscono in maniera determinante alla crescita dell’export italiano -ha commentato Broggi- è fuori discussione. Le PMI incontrano però non pochi ostacoli, aggravati in questa fase dal recupero dell’euro sul dollaro che, se da una parte contribuisce a rinforzare il sistema economico italiano, dall’altro non aiuta le esportazioni”. “Le imprese devono poter contare su un interlocutore unico – ha concluso Broggi – occorre evitare sovrapposizioni di competenze e razionalizzare i soggetti preposti. Sarebbe quindi opportuno attivare degli sportelli unici che operino in sinergia con l’ufficio ICE e con le ambasciate. Inoltre, l’80% della competizione tra Paesi e prodotti è data da variabili esterne all’impresa, tra cui le condizioni finanziarie e assicurative assumono una rilevanza fondamentale. Occorre allora definire un sistema integrato di promozione, finanza e assicurazione certamente più rispondente al target PMI; raggruppare in un “Fondo unico” tutte le risorse disperse nella eterogenea normativa di credito agevolato all’export; varare un testo unico sulla legislazione per l’internazionalizzazione; ripensare il ruolo del sistema bancario nell’attività di assistenza alle imprese, sia in Italia che all’estero”.