Inizio 2003 per la chimica: domanda stabile ma ancora bassa

L’inizio del 2003 è stato contrassegnato dal prolungarsi di una fase economica di relativa stabilità e di difficile lettura: i dati, gli indici anticipatori e le stesse indicazioni aziendali continuano a dare indicazioni non univoche sugli sviluppi per i prossimi mesi.

I tassi di crescita del PIL mostrano leggeri incrementi, ma resta l’impressione che il motore americano “batta in testa” appesantito da crescenti difficoltà per l’occupazione che mettono in dubbio la capacità di tenuta dei consumi privati, mentre le economie europee restano bloccate da un livello di inflazione ancora troppo alto e dagli sforzi necessari per soddisfare la disciplina di bilancio.
Anche dagli indicatori qualitativi giungono notizie contrastanti: mentre la fiducia degli imprenditori dà segni di miglioramento, i consumatori continuano a dimostrarsi pessimisti.
In una situazione già debole e con una ripresa solo “a macchia di leopardo”, le ultime settimane vedono emergere due elementi che aggravano i fattori di rischio e la probabilità che i timidi segni di miglioramento vengano bloccati e il clima torni a peggiorare: l’aumento del prezzo del petrolio e il forte apprezzamento dell’euro.
Per l’industria crescono i motivi di preoccupazione: l’aumento dei prezzi petroliferi spinge l’inflazione e toglie potere d’acquisto, mentre il forte apprezzamento dell’euro indebolisce la competitività europea e mette in difficoltà l’industria.
Per la chimica, la domanda si mantiene stabile, ma ancora bassa, e si aggravano i rischi di una diminuzione dell’attività propria e di quella dei settori clienti, mentre l’aumento dei prezzi petroliferi mette sotto pressione l’equilibrio costi/prezzi delle aziende.
Sul prezzo del petrolio pesano le incertezze legate a una possibile guerra all’Iraq e il blocco della produzione in Venezuela (uno dei produttori più importanti, specie per il mercato americano), che impongono un premio al rischio tale da mantenere il prezzo ben oltre i 30 dollari al barile.
E’ facile prevedere che una fase prolungata di prezzi petroliferi alti finisca per incidere sui prezzi, tenendo alti i livelli di inflazione e di conseguenza bassi quelli dei consumi.
Verrebbe meno in tal caso una delle ipotesi su cui si basano gli scenari di ripresa per il 2003: minori consumi significherebbero anche minore spinta a tornare a investire da parte delle aziende e un ennesimo prolungamento di un clima di domanda interna stagnante.
Legati all’apprezzamento dell’euro ci sono, non va dimenticato, alcuni effetti positivi: il contenimento dei costi petroliferi (che tiene a freno le spinte inflazionistiche, difendendo il potere d’acquisto dei consumatori europei e lasciando spazio alla BCE per diminuire i tassi di interesse) e i vantaggi per la ripresa americana con effetti positivi sulla crescita mondiale (e quindi indirettamente anche per l’Europa).
Tuttavia sono più evidenti i pericoli che derivano da un euro forte: la minore competitività (che riduce gli stimoli alla crescita che l’Europa ottiene dalla ripresa americana, su cui pesano tra l’altro ancora forti incognite), rischio che si amplifica per la Germania, molto votata agli scambi con gli USA, con la possibilità che l’aggravarsi della debolezza dell’economia tedesca si propaghi a tutte le economie europee.
Con un euro forte l’Europa, già frenata da una domanda interna debole e da bilanci pubblici in difficoltà, vedrebbe anche un calo della domanda estera con un effetto negativo sulla crescita. Ci sono dunque forti motivi di preoccupazione: l’economia europea è in una situazione già molto delicata e non ha certo bisogno di altri shock per rischiare concretamente di volgere al peggio.
Dopo due anni molto movimentati per gli aggiustamenti dei magazzini materie prime da parte dei clienti, la prolungata stabilità della domanda finale fa sì che l’attività chimica mantenga un profilo piatto ormai da qualche mese su livelli globalmente ancora non soddisfacenti.
Per la chimica di base e le plastiche le prime settimane del 2003 hanno visto una ripresa della domanda dopo una fase critica nel finale del 2002. Hanno pesato sia una leggera ripresa dell’attività dei settori finali, ma soprattutto, con l’aumento dei costi dei feedstock e le attese per un loro trasferimento sui prodotti di base, il venir meno dei motivi speculativi legati al calo dei prezzi che avevano indotto molti clienti a ritardare gli acquisti.
Dai settori del downstream invece non giungono segnali di cambio di velocità: il mercato è ancora anemico, i clienti “navigano a vista” ordinando solo il minimo indispensabile per soddisfare una debole domanda finale.
La situazione dei prossimi mesi influenzerà la chimica anche più della media degli altri
settori per il forte legame col petrolio e perché i rischi coinvolgono la chimica sia direttamente sia indirettamente attraverso gli effetti sui settori clienti.
Il rischio di guerra e l’aumento del prezzo del petrolio da un lato rischiano di far degenerare la situazione economica e di diminuire la domanda di chimica. Dall’altro i livelli raggiunti dai costi dei feedstock fanno sì che, anche in presenza di una domanda bassa, le aziende, prima nella chimica di base e poi nei settori della chimica a valle, saranno costrette a trasferire parte dei costi sui prezzi di vendita.
Un euro forte per la domanda chimica europea significa innanzitutto un calo delle esportazioni verso l’area USA: i prodotti di base dovrebbero essere i più penalizzati, perché più sensibili alle variazioni di prezzo, più rivolti al mercato del Nord America e più avvantaggiati dall’euro debole negli anni scorsi; mentre la chimica di consumo dovrebbe essere il settore meno colpito, in virtù della minore sensibilità ai prezzi.
Dal punto di vista dei margini, l’euro forte contiene i prezzi all’import e i costi per le aziende chimiche, tuttavia le incognite legate al prezzo del petrolio sono talmente alte che anche un guadagno marginale che deriva da un euro forte non diminuisce significativamente i rischi per le aziende chimiche.
Per le aziende chimiche italiane i timori non nascono solo dagli effetti diretti di un euro forte, ma soprattutto per quelli indiretti legati alla performance dei settori del “made in Italy”, i principali clienti della chimica italiana. Essi sono focalizzati, infatti, su beni tradizionali (e dunque più soggetti al prezzo e alla concorrenza internazionale) e dimostrano già da qualche tempo segni di cedimento nella capacità di svilupparsi sui mercati esteri e creare così domanda per la chimica.
I nuovi elementi peggiorano dunque lo scenario di base per l’industria chimica e inducono a guardare con maggiore cautela alle previsioni quantitative formulate nel novembre 2002.
In conclusione, lo scenario per l’industria chimica nei prossimi mesi sarà contrassegnato
da:
– una domanda che stenterà a istradarsi su un sentiero di crescita e sarà influenzata ancora da forti fattori di rischio legati prevalentemente alla tensione internazionale;
– un mercato fortemente concorrenziale per la presenza di prodotti extra-europei resi ancor più competitivi da un euro che si rafforza;
– prezzi di base che cercheranno di seguire gli aumenti dei costi dei feedstock;
– un conseguente aumento dei costi per le aziende della chimica a valle, il cui necessario trasferimento dovrà fare i conti con un mercato poco ricettivo e in cui, ormai al terzo anno di crisi congiunturale, il livello di concorrenza è estremamente elevato.