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L’adozione del telelavoro, della flessibilità e dei dispositivi mobili permette un guadagno incredibile in fatto di competitività, almeno in teoria. Nei fatti, il nostro Paese è in ritardo rispetto al resto dell’Europa, nonostante timidi segnali positivi: i telelavoratori sono aumentati dell’8%, con un’azienda su tre che entro il 2015 consentirà ai dipendenti di utilizzare smartphone, tablet e notebook a scopo lavorativo.
C’è ancora da fare in Italia per l’adozione del telelavoro: siamo al 25° posto su 27 Paesi europei (classifica UE, 2005), complice forse anche una legislazione che pur contemplando il telelavoro dipendente non ha fornito strumenti e stimoli alla sua diffusione.
La flessibilità nell’orario di lavoro è concessa nel 25% delle PMI, e offerta solo nel 10% dei casi. Il telelavoro è diffuso nel 20% di queste ma concesso ai dipendenti solo nel 2% dei casi, un dato sconsolante. Nelle grande aziende, flessibilità e telelavoro sono rispettivamente il triplo e il doppio delle PMI. Il motivo è semplice: le policy sono più agili e c’è più attenzione all’innovazione al benessere del personale.
La conseguenza diretta è una generale insoddisfazione dei lavoratori (1/3), ritenendo che il 40% delle proprie attività potrebbe essere svolto fuori ufficio. Quando invece “cavalcare l’innovazione digitale è un passo necessario per colmare il gap fra le aspettative dei lavoratori e quello che le aziende offrono loro”.
