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Fino alla rivoluzione industriale, nella pratica edilizia i metalli furono impiegati raramente con funzione portante, a causa delle difficoltà di reperimento e di lavorazione-a livelli costanti di qualità e di grossi stock di materiale. Tuttavia, essi conobbero una notevole diffusione in tutte le tradizioni, soprattutto come elementi di rinforzo (a costruzioni con cedimenti strutturali o per fornire ulteriore protezione da attacchi esterni) e decorativi.
Oggi, l’industria moderna impiega oltre 30 metalli dei 75 esistenti, mentre nel passato se ne utilizzarono diffusamente solo 7: l’oro, l’argento, il rame, il piombo, lo stagno, lo zinco e il ferro.
In natura solo l’oro e lo stagno non si degradano nel tempo, gli altri metalli tendono inevitabilmente a restituire l’energia assorbita durante i processi di estrazione e a formare composti più stabili. Si tratta del processo della corrosione, provocato dall’interazione chimica o elettrochimica tra il metallo e l’ambiente circostante, che provoca il degrado del metallo in minerali simili a quelli da cui è stato estratto, attraverso la formazione di patine superficiali, più o meno tenaci.
Nel restauro dei metalli la pulitura rappresenta l’operazione più delicata e più importante, in termini di salvaguardia del materiale originale. Esistono due categorie di prodotti di corrosione: quelli protettivi e quelli aggressivi nei confronti del nucleo metallico sottostante.
Uno dei materiali più moderni impiegati nel settore del restauro, insieme alla fibre di carbonio, è il titanio, un metallo caratterizzato da doti eccezionali di leggerezza, resistenza meccanica e alla corrosione, basso coefficiente di dilatazione termica. Tutte caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto all’impiego nel restauro strutturale delle fabbriche antiche e in particolare dei materiali lapidei.



