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Confcommercio frena sul contratto a tutele crescenti e rivendica la necessità del settore del commercio di poter continuare ad avvalersi di tutta la flessibilità contrattuale necessaria a far fronte all’elasticità del mercato.
L’associazione ribadisce che se l’obiettivo è quello di creare un contesto dinamico e competitivo l’idea di fare del contratto a tutele crescenti la tipologia principe dell’ingresso sul mercato del lavoro, non assicura il risultato. Anzi, ulteriori interventi ‘riduttivi’ sulle tipologie contrattuali sarebbero oltremodo controproducenti, in quanto maggiori opzioni per le assunzioni potranno garantire l’aumento delle opportunità di impiego.
Non sarà, infatti, una norma di legge a costringere le imprese del commercio ad assumere a tempo indeterminato con nuove formule. “Nessuno assumerà se le imprese dovranno fare fronte ad esigenze di mercato temporanee”, dice il direttore generale Francesco Rivolta per spiegare come il settore viva in simbiosi con mutamenti rapidi del mercato e a cui il settore può rispondere solo con quella flessibilità “che ha consentito nell’ultimo decennio di restituire concorrenzialità e occupazionalità a comparti strategici del nostro paese”. “Sarebbe perciò deleterio se i decreti legislativi comportassero ulteriori limiti ai contratti flessibili con nuovi costi a carico delle imprese”, sintetizza per tutti il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli.
Perplessità anche sugli incentivi alle assunzioni varati dalla legge di stabilità: “Misure significative che nel breve periodo possono comportare risultati positivi ma che non risolvono da soli una questione che necessita di un approccio strutturale con cui ridurre nel tempo la forbice tra costo del lavoro e retribuzioni che ha ormai assunto una dimensione insostenibile”, dice ancora Confcommercio.
