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In relazione al possibile aumento Iva, il direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, Mariano Bella, sottolinea che deve essere un punto fermo, chiaro e inderogabile che le clausole di salvaguardia vadano neutralizzate attraverso la riduzione della spesa pubblica inutile e dannosa e che gli ulteriori risparmi vanno restituiti immediatamente ai contribuenti in regola.
I segnali di ripresa ci sono e, nonostante qualche dato inatteso e contraddittorio (l’occupazione a febbraio), non muta l’impressione che la tendenza di fondo sia positivamente orientata. Tuttavia, se gli impulsi internazionali sono favorevoli, il futuro fiscale getta una cupa ombra sulle concrete possibilità di tornare a crescere in modo apprezzabile. Il riferimento è al congegno delle cosiddette clausole di salvaguardia: se da qualche parte non si trovano risorse per circa 16 miliardi di euro a valere sul 2016, scatteranno automaticamente riduzioni di varie agevolazioni fiscali più cospicui incrementi dell’Iva, le cui aliquote passerebbero dal 10 al 12 e dal 22 al 23 (gettito atteso pari a 12,8 miliardi di euro per l’anno prossimo).
Il governo, infatti, ha redatto in passato un’ipotesi di quadro programmatico in cui uscite pubbliche e entrate forniscono uno sbilancio compatibile con gli obiettivi degli accordi internazionali. Approvato in Europa questo progetto, bisogna tenere fede all’impegno preso: o si risparmia sulla spesa, o si aumentano le tasse.
Disgraziatamente, come l’esperienza Ici-Imu-Tasi insegna e come resta vero per qualsiasi incremento d’imposta, al crescere della pressione fiscale si riducono le possibilità di ripresa.
Secondo Mariano Bella, considerando circa 400 miliardi di euro di nuove emissioni di debito pubblico all’anno, uno scarto tra la previsione del rendimento a circa il 3% e un tasso effettivo dell’1% fornisce minori interessi per 8 miliardi (il 2% di 400). Un po’ di gettito fiscale aggiuntivo deriverà dalla maggiore crescita economica. Infine, se il Pil crescesse più delle previsioni del governo anche il rapporto tra sbilancio spese-entrate e Pil sarebbe meno pesante di quello scritto nel programma, implicando che dei 16 miliardi da reperire originariamente solo 12-13 sarebbero davvero necessari. Quindi non si procederebbe ad alcun aumento dell’Iva.
Deve essere un punto fermo, chiaro e inderogabile che le clausole di salvaguardia vanno neutralizzate attraverso la riduzione della spesa pubblica inutile e dannosa. Gli ulteriori risparmi vanno restituiti immediatamente ai legittimi e unici proprietari: i contribuenti in regola. Come? Mediante una riduzione sostenibile e generalizzata delle aliquote legali dell’Irpef (perseguendo con altri e specifici strumenti le politiche di ridistribuzione solidaristica o di contrasto alla povertà). Insomma, ogni azione deve avere un preciso obiettivo e il mezzo opportuno per conseguirlo: la cosa fondamentale è che l’Italia non può e non deve lasciarsi sfuggire l’opportunità di intraprendere il sospirato percorso di riduzione della pressione fiscale, condizione necessaria per una crescita significativa dei consumi e quindi dell’economia nel complesso.
