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Le liberalizzazioni degli orari di apertura nei negozi dividono il mondo del commercio. Di sicuro si può ben dire che il decreto Salva Italia di Monti del 2011 abbia lasciato il segno, dal momento che nel nome di una sostanziale liberalizzazione totale degli orari e delle aperture dei negozi ha radicalizzato le posizioni di chi è favorevole e di chi è contrario.
Per esempio: negli ultimi mesi, solo per attenerci ai tempi più recenti, sono proliferate numerose iniziative di protesta nei confronti di quella che è ritenuta una liberalizzazione eccessiva. Così abbiamo visto le commesse di Bolzano volare fin da Papa Francesco con i cartelli “Domenica? No, grazie”, l’alleanza “per le festività libere” che si sfoga su un seguitissimo gruppo Facebook e poi, in ordine sparso, le sigle sindacali senza troppe distinzioni, il governatore del Veneto Luca Zaia, i vescovi, Confesercenti, sindaci sparsi per l’Italia, ognuno impegnato in favore di nuove regole e, ovviamente, dei propri interessi.
Una strana coalizione, eterogenea e rissosa, che si sta muovendo contro la liberalizzazione delle aperture dei negozi, fissata nel 2011 da Monti e messa nel mirino da quasi tutte le associazioni dei piccoli esercenti, che controllano attentamente i progressi della legge bipartisan che sta avanzando svelta in Parlamento.
A proposito della legge: al momento una revisione delle norme del decreto Salva Italia di Monti è già stata approvata dalla Camera ed è in discussione al Senato, e prevede una stretta sulla liberalizzazione degli orari dei negozi e 12 chiusure l’anno. L’ipotesi su cui si sta lavorando è un parziale passo indietro rispetto alla situazione attuale e prevede la chiusura obbligatoria degli esercizi nelle giornate di Capodanno, Epifania, 25 aprile, Pasqua, Pasquetta, 1° maggio, 2 giugno, Ferragosto, 1° novembre, 8 dicembre, Natale e Santo Stefano. A discrezione dei Comuni, sei di queste dodici festività potrebbero essere sostituite da una domenica nel corso dell’anno.
La proposta, presentata dal deputato Pd Angelo Senaldi, dopo lunghe trattative, è stata votata a favore -il 18 giugno- da Partito democratico, Ncd, Sel, Forza Italia e Lega. L’arco costituzionale al gran completo, a parte i Cinque Stelle e Scelta Civica.
Eppure, il fronte anti-liberalizzazione non è così compatto. I clienti, per esempio, le aperture domenicali le apprezzano molto: il 65% della popolazione italiana è favorevole, certifica la Nielsen, e la percentuale sale all’80% quanto ad essere interpellati sono i giovani. Secondo Andrea Giuricin, docente dell’Università Bicocca, “non si tratta di obbligare qualcuno a restare aperto, ma di dare la possibilità di restare aperti quando c’è la domanda di acquisto”. E questo è, ovviamente, il pensiero della grande distribuzione, contrarissima a un passo indietro anche solo parziale.
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