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Dal 2007 al 2012 il numero di occupati nel manifatturiero italiano è sceso del 10%. Un calo rilevante di oltre 540 mila lavoratori che rischia di ingrossarsi ancora e superare quota 730mila, la stessa che si registrò tra il 1980 e il 1985. E’ il Centro studi di Confindustria a valutare l’impatto occupazionale del calo della base produttiva industriale.
“Il manifatturiero ha lo stesso valore del Colosseo, di San Pietro e di Pompei”, dice il capo economista di Confindustria, Luca Paolazzi, presentando il rapporto. Ma ammonisce: “Nulla ci garantisce che continui a stare in piedi. Quello che è successo a Pompei può accadere al manifatturiero”. L’industria manifatturiera, d’altra parte, “è un bene prezioso consegnatoci da chi è venuto prima di noi. Non ci arriva come una dote naturale, come il petrolio nel sottosuolo”, aggiunge.
Le cinque proposte: sburocratizzazione del Paese, taglio dei costi per le imprese; fisco più leggero; patto generazionale sul lavoro; detassazione degli investimenti in ricerca e innovazione. Sono queste le proposte, che Confindustria rinnova ancora, con cui far “cambiare rotta” al Paese. Un progetto per il rilancio economico, industriale e sociale dell’Italia che deve però essere “sostenuto da un governo capace di attuale quelle riforme necessarie per riportare il Paese fuori dalle secche della crisi”.
Ai cinque punti gli industriali aggiungono la richiesta “di agire sulla spesa improduttiva”, da cui attingere le risorse necessarie, e di una nuova fase della spending review. “Sul tema si stanno spegnendo i riflettori mentre vediamo continuare lo spending e la review e continua a farsi attendere”, ammonisce ancora Conti.
“Se non invertiamo la rotta rischiamo di vedere ulteriori defezioni nella base produttiva industriale. Ma ce la possiamo fare perché restiamo al secondo posto in Ue, siamo la settima potenza industriale nel mondo e la quinta per esportazione”, aggiunge il leader di Confindustria, Giorgio Squinzi, in chiusura del convegno.
