FMI: nel 2015 Pil dell’Italia a +1,1%

Il Fondo Monetario conferma le stime di crescita per l’Italia. Il Pil salirà dello 0,6% nel 2014 e dell’1,1% nel 2015. Secondo i dati diffusi, quello per la Grecia sarà di +0,6% per l’anno in corso, ma balzerà a +2,9% il prossimo.

“Il basso potenziale di crescita dell’Italia resta una preoccupazione”, afferma il Fondo Monetario Internazionale, per il Paese sono indispensabili riforme sia del mercato del lavoro che del settore pubblico.

Tra le indicazioni dell’FMI c’è quella alla Banca Centrale Europea: servirebbe un ulteriore allentamento delle politiche monetarie da parte delle BCE contro i rischi legati alla bassa inflazione nella zona Euro. “Un rischio cruciale per l’attività economica arriva dall’inflazione molto bassa nelle economie avanzate in particolare nella zona Euro a causa di forti gap produttivi”. Il FMI stima che l’inflazione della zona Euro quest’anno scenderà allo 0,9% dall’1,3% del 2013.

“Con un’inflazione che resterà probabilmente al di sotto degli obiettivi della BCE per un certo periodo di tempo, le prospettive di lungo termine potrebbero tendere al ribasso, inferiori a quelle previste o anche verso la deflazione se si materializzano altri rischi per l’attività. Questo comporterebbe tassi d’interesse più alti un aumento del peso del debito pubblico e privato, con un indebolimento della domanda e della produzione”.

Nel capitolo sull’impatto del credito in termini di crescita, il Fondo Monetario Internazionale spiega come “ulteriori misure per rivitalizzare l’offerta di credito in paesi come Francia, Spagna, Italia e Irlanda potrebbero fare aumentare il Pil del 2% o più. Mentre Germania e Stati Uniti hanno quasi del tutto superato la stretta creditizia sperimentata durante la crisi, altri paesi sono ancora alle prese con le debolezze del settore bancario”.

La priorità per l’Eurozona sarà preparare il terreno per una crescita più forte e durevole, rispondere ai rischi deflattivi assicurando al contempo la stabilità finanziaria. E’ quanto auspicato dal FMI dopo aver evidenziato che “un’inflazione a lungo al di sotto del target (del 2%) potrebbe destabilizzare le aspettative inflattive di lungo periodo e rendere più difficile il conseguimento della ripresa nei Paesi dove le economie sono sotto stress e dove il peso del debito e i tassi d’interesse reali aumenterebbero”.