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Secondo le anticipazioni delle città campione, l’inflazione a novembre scenderebbe verso il 2,3%, dal 2,5% di ottobre. I prezzi al consumo hanno registrato un aumento compreso fra lo 0,1% e lo 0,2% rispetto al mese scorso. Per ritrovare l’nflazione al 2,3%, occorre tornare all’aprile del 2000. Da allora infatti, l’indice è salito soprattutto sotto la spinta dei rialzi del petrolio. Proprio il calo dei prezzi energetici è una delle cause di questa ulteriore flessione, oltre al rallentamento della domanda dopo gli eventi dell’11 settembre.
E’ la settima flessione dei prezzi consecutiva da aprile, quando i prezzi avevano toccato l’incremento massimo dal 1996, pari al 3,1%.
Tra le città più care Ancona e Trieste (+3,2% e +2,9%) mentre è Milano il capoluogo che ha registrato l’aumento più contenuto (2,1%). Prezzi invariati a Venezia, Perugia e Palermo, mentre scendono dello 0,2% a Firenze.
Tra i capitoli di spesa con i maggiori rialzi troviamo luce, acqua e gas. Contrastato l’andamento di ristoranti e hotel: a Firenze c’è stata una flessione del 2,2%, mentre si è avuto un aumento dello 0,4% a Bari e dello 0,5% a Milano. Uniforme la flessione dei trasporti (-0,5% circa).
Tuttavia, secondo il Centro Studi di Confcommercio, “l’ulteriore rallentamento del tasso di crescita tendenziale dell’inflazione, è sintomatico di una situazione economica ancora difficile”.
“Le principali incognite -analizza il Centro Studi- riguardano la durata e l’entità del rallentamento economico internazionale ed il conseguente ridimensionamento della domanda mondiale”.
“Per cercare di contrastare in misura più incisiva la tendenza al ripiegamento produttivo è necessario quindi -ribadisce Confcommercio- intervenire con le politiche monetarie e fiscali sia sul versante delle imprese, sia su quello delle famiglie. Sotto il primo punto sarebbe opportuno un comportamento più coraggioso in materia di tassi da parte della BCE sulla linea già tracciata dalla FED”.
“Per il nostro Paese -conclude Confcommercio- si aggiungono anche i rischi legati ad un aumento della conflittualità sociale, che sarebbe opportuno cercare di ridimensionare in quanto senza un rilancio della coesione tra le diverse parti sarà difficile cercare di attenuare le tendenze riflessive dell’economia”.
