Private label, corsa senza freni. E cresce anche il non alimentare

La private label si diffonde sempre più anche nel settore non alimentare con un trend di crescita impressionante rispetto alle difficoltà che incontra, in generale, il commercio.
Il 2012, per esempio, ne ha confermato il forte andamento ascendente: ad agosto la marca commerciale aveva raggiunto il 17% (18% il dato stimato per fine anno) delle vendite dei prodotti di largo consumo confezionato.

I prodotti a marchio del distributore, quindi, rappresentano sempre più un’opportunità di business per le piccole e medie imprese che, soprattutto nel rapporto con la grande distribuzione, individuano nuove occasioni di sviluppo. Il fenomeno, tra l’altro, riguarda principalmente le imprese italiane: ben il 92% dei produttori (di cui il 78% Pmi) sono italiani e, rapportandosi alla GDO, hanno la possibilità di accedere ai grandi mercati nazionali e internazionali, pianificando investimenti finalizzati ad ottimizzare i processi produttivi.

Ecco qualche dato nel dettaglio: le vendite a valore della marca commerciale segnano un incremento del 7,3% (3,9% in unità) rispetto all’anno precedente; più contenuta, invece, la dinamica delle vendite dei prodotti a marca industriale: +1,4% a valore, in lieve contrazione, in termini di unità vendute. Persiste poi la scarsa penetrazione al Sud, dove la quota di mercato si assesta al 12,3%.

Ancora: nel 2012, il fatturato complessivo della marca commerciale ha raggiunto i 7,4 miliardi di euro circa nelle due principali canalizzazioni (iper + super) segnando un +7,3% rispetto al 2011. Il canale supermercato rappresenta il 78% delle vendite di marca commerciale (con una quota di mercato del 17,4%) mentre quello relativo all’ipermercato genera il 22% delle vendite di marca commerciale e fa registrare una quota del 15,9%.

Per chiudere, la maggior parte delle vendite di marca commerciale si concentrano nei reparti alimentare confezionato e fresco con rispettive quote del 31,3% e del 24,6%; seguono il reparto cura casa, che genera il 10,4%, e l’ortofrutta, che sviluppa il 10,1% delle vendite.

Il successo della marca commerciale denota come il consumatore italiano stia ridisegnando i propri modelli d’acquisto e consumo secondo logiche sempre più votate alla ricerca del value for money e per questo il prodotto a marchio commerciale è sempre più un’alternativa di qualità e convenienza.

Secondo Guido Cristini, ordinario di Marketing dell’Università di Parma e coordinatore del IX Rapporto annuale sulla marca commerciale curato da Adem-Lab Università di Parma, “negli ultimi cinque anni abbiamo riscontrato uno sviluppo uniforme della private label nelle famiglie italiane: ormai siamo al 18% e a livello di volume la percentuale è anche superiore. È un fenomeno che, seppure in ritardo rispetto a Paesi europei, comincia ad avere la sua rilevanza: stimiamo che i prodotti a marchio, solo per i valori di largo consumo (casa e persona), valgano 9 miliardi di euro”.

Insomma, aggiunge Cristini, “è in atto una piccola rivoluzione nei comportamenti di consumo, anche se si riscontrano  penetrazioni diverse a seconda delle categorie.”