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Chi pensa che le aziende siano rassegnate alla crisi, sbaglia. Dal nostro abituale giro di opinioni di metà anno sull’andamento del settore, emerge semmai una consapevolezza nuova. È ormai assodato che la recessione non è congiunturale ma strutturale, che il mercato difficilmente tornerà come prima, che bisogna contare sulle proprie forze più che sugli stimoli che dalle istituzioni continuano a non arrivare -o che comunque paiono ai più come palliativi marginali e non azioni di svolta e di discontinuità rispetto alla crisi-, che se l’industria soffre la distribuzione è ancora più disorientata.
Tutto questo, però, è oggi drammaticamente banale: non servono interviste per cogliere le difficoltà di tutto il Paese e non solo del nostro settore. Tuttavia, in misura molto maggiore che negli anni passati le aziende paiono essersi riorganizzate, o quanto meno hanno le idee più chiare su ciò che devono fare: contenimento dei costi interni, investimenti in ricerca e sviluppo di nuovi prodotti, selezione della rete distributiva, attenzione al credito, valutazione di nuove opportunità anche in mercati stranieri.
Desta semmai qualche preoccupazione, nel nostro giro di opinioni, la visione che le industrie hanno della distribuzione: la descrivono impaurita, disorientata, incapace di pensare in termini prospettici. Viene vista, comunque, come ‘altro’ rispetto alla produzione: corretto -ovviamente- in termini formali, quanto meno strano in termini sostanziali, dopo anni in cui le parole chiave sono state partnership, condivisione degli obiettivi, interessi comuni…
Probabilmente, una volta stabilizzata la situazione, la domanda che porremo a produzione e distribuzione sarà: come ripartire costruendo davvero il futuro su basi comuni?




